giovedì 28 febbraio 2013


Mi interessa in particolare l'unità degli opposti; o, per meglio dire, la compresenza, nell'uno, di due opposti: "il bene", o il giusto, e la sua negazione.

Questa compresenza può manifestarsi in una miriade di ambiti: come in un'apparente fenomeno negativo vadano svelati in realtà numerosi o prevalenti aspetti positivi, che col tempo si manifesteranno - non necessariamente dopo tantissimo tempo.
E per converso,qualsiasi oggetto, o concetto, che sia comunemente accettato e considerato positivo, in realtà potrebbe (e spesso si rivela) essere quanto di più assurdo o di peggio possa esistere.
L'abbattimento dei miti.

Immagino, è più forte di me, a quante volte una realtà o un'azione possa essere stata descritta e tramandata ai posteri senza meritarlo; e a come invece una realtà, azione od opera grandiosa, degna di ricordo, pregna di significati, possa essere stata dimenticata, insabbiata dallo scorrere del tempo, oppure infamata, rinnegata ingiustamente e consegnata alla maledizione di tutti, rendendo vani tutti gli sforzi fatti perché potesse compiersi. Il recupero del giusto, oltre la fama e il conforme.

martedì 28 agosto 2012


Tutto ciò che si rivolta contro l'uomo, contro la sua storia e contro il suo ben-essere sulla terra, si consolida nel tempo annidandosi nelle cose "note", scontate, senza essere disvelato se non da emarginati, da reietti, da capri espiatori e da cassandre.

salvo queste eccezioni, l'uomo non si accorge di niente perché vive secondo l'abitudine; è l'abitudine la forza che cristallizza le società, le mentalità, la ripetitività delle azioni. L'abitudine tiene in incubazione problemi infinitamente piccoli, non risolti in un'epoca perché ritenuti insignificanti. Intanto si ingigantiscono e peggiorano.

Dettaglio cos'è? Può essere qualsiasi cosa: persino una sciocchezza contenuta in un libro straordinario o rivoluzionario per il suo tempo; o una frase fuorviante sfuggita a un oratore che passerà alla storia per il discorso che sta tenendo. L'aspetto irrilevante che si deposita, nel pensare e nel modo di fare collettivo, insieme anche a ogni cambiamento, ai rinnovamenti anche più avanzati.
Ed ecco che nei secoli a venire quei dettagli minuscoli, interagendo fra loro, orientano sempre più le esistenze degli uomini, in epoche nuove, diventano determinanti e danno origine a un male infinitamente grande. L'importante è che si risalga alle sue antiche cause.

lunedì 30 aprile 2012


In origine è in base a una diversità totale che nasce l'attrazione verso una persona, ma questa non diverrebbe più forte senza - dal primo tempo - aver scoperto (o illudersi di aver scoperto) analogie e uguaglianze in comune con quella. L'attrazione muta di segno, perché alla base di essa c'è (da parte dell'attratto/a) la percezione incredula di sentirsi assurdamente somigliante a ciò che tiene in considerazione. 

Assurdi sono i modi in cui sembra che qualcun altro abbia creato le condizioni perché queste co-incidenze fossero riscontrate, come se volesse divertirsi a diffondere illusioni autoingannatorie la cui sorte è fatalmente segnata, perché crolleranno immancabilmente con la constatazione finale dell'equivoco.

martedì 24 aprile 2012


C'è forse persona più legittimata alla critica di ogni cosa di colei che critica impietosamente anche se stessa? 
Essa, tipo raro, detesta gli altri e il mondo, detestando contemporaneamente se stessa. Si scaglia contro il proprio essere (aspetto, carattere, comportamento, desideri, emozioni...) e si condanna senza pietà, come fa quando si rivolge alla realtà esterna, che non accetta; dunque è tale individuo il più giustificato a comportarsi da "giudice" di essa.
Sa bene di possedere anche lui i difetti che lo infastidiscono negli altri,  e anche quando non li possiede se li ritrova comunque, in ogni immagine di se stesso. Non fa mistero di questo, anzi se interpellato, premette apertamente la sua (consapevole) imperfezione: formula in anticipo questa auto-condanna, per far a capire a chi lo ascolta che le sue parole sono uno sforzo teso alla constatazione obiettiva, e non sono mosse da intento di vanità.

Pensa forse di essere lui stesso il miglior modello da seguire? Nient'affatto, sapendo delle sue infinite lacune, da colmare continuamente.
Ma d'altronde, come può porsi da giudice se si ritiene proprio lui medesimo lontano dalla perfezione? Sembra una grave contraddizione, ma solo alle prime apparenze.

Se si è costruito canoni ed ideali sempre più elaborati e severi, che hanno fatto giungere anche l'autocritica al massimo, il punto di vista di quell'individuo ha addirittura preso le distanze dalla sua stessa personalità, fino a staccarsene, ed analizza e giudica in modo inflessibile anche questa, come fa con tutto.
Non è più quella persona che parla e valuta; la sua voce, e la sua mente, sono strumento al servizio di contenuti che trascendono dalla sua limitatezza, dalle sue emozioni e pulsioni momentanee, e si rivelano oggettivi, tendenti all'universale. 
Si è come sdoppiato in due entità, quella sopraelevata, e quella contingente: la prima si svincola il più possibile dalla seconda, e la tiene a freno, per esprimersi senza essere confusa con questa.

Ecco il dubbio opposto: non sarà che dietro il suo attacco agli altri, questo soggetto desideri in segreto di stare al loro posto, di essere come loro? No, se rimanere se stesso, con la sua contraddizione non risolta, è ciò a cui tiene di più. Anche quando potrebbe cedere ai compromessi per soddisfarsi, declina l'offerta.

lunedì 26 dicembre 2011


"Quello che dicono tanti, quello che fanno tanti". Cùndue.

I tanti sono il miglior criterio in assoluto per capire cosa non va seguito, cosa va confutato. Per "tanti" intendo conformisti espliciti, e (soprattutto) gli "anticonformisti" fasulli.
Il miglior modo di affermarsi che il conformismo ha trovato è... passare per anticonformismo. Allora tanto più va smascherato.

giovedì 20 ottobre 2011

(segue)
In merito, allora, dovremmo fare proprio una sorta di conta,  di tutti i parametri di bello o brutto, utile o inutile, giusto e sbagliato ecc. che tutti quanti finiscono per osservare (declinati a seconda dei vari argomenti e ambiti possibili della vita). Col tempo e l'esperienza, appaiando tutte queste dicotomie per caratteri simili, ci accorgeremmo di quali siano i criteri più diffusi e quelli più rari.

A quella tappa vorremmo già tirare le prime conclusioni affrettatamente. Facile chiudere la questione limitandosi a ribaltare i sensi di giustizia dei pochi con quelli dei molti, o mandare tutto all'aria stabilendo che nessuno di essi vale niente e domina il relativo (menzogna, prima tutta questa analisi, solo per tornare al punto di partenza - cioè restare coi propri criteri dicotomici di prima).

Dovremmo metterci ancora un po' di puntiglio: prima di tutto, fondamentale, a capire come ogni persona ha sviluppato i suoi metri di paragone, per via di quali influenze ed esperienze; poi, a trovare le differenze fra quelle visioni del mondo apparentemente simili fra loro, comuni o no; a ricordare in quante e in quali occasioni specifiche venivano e vengono trasgredite da coloro che dovrebbero osservarle; e a scorgere, con nostra sempre nuova sorpresa, che principi noti per essere fra di loro oppostissimi sono in realtà uniti da una logica comune che va svelata. E questa scoperta, guardacaso, può essere essa stessa un bene o un male.

Allora si; resteremmo sicuri che i parametri di giudizio più rari, confinati in frange ristrette di individui, siano per scontato quelli più astrusi, bizzarri, ed evitabili per le loro conseguenze?
E per converso, che quelli più comuni siano sempre validi, argomentati e sorretti a prescindere da scopi benefici, universali? O non piuttosto dei ritornelli che ogni persona che viva in società ripeta automaticamente per senso più di comodità che di conoscenza e verità; lontani e lontanissimi da quei princìpi di giustizia universale che dovrebbero farci da guida e che, invece, è come se fossero sul fondo di pozzi profondissimi, in deserti remoti e bui, dove si addentrano solo pochi eletti casuali.

Cosa ci vieterebbe, quindi, di completare, smontando e unendo a piccoli pezzi, i parametri e criteri che per come sono, e per come sono stati sempre tramandati, rimangono incompleti, bisognosi giusto di una correzione che li farebbe "funzionare" a pieno nella realtà vivente?

giovedì 15 settembre 2011



Non  si può vivere e osservare la realtà senza poi esprimere giudizi anche sugli altri intorno a noi. Tutti potenzialmente possono farlo, è un attitudine innata.
"Nessuno deve giudicare gli altri se non vuole essere giudicato", e soprattutto "non si giudica senza conoscere" sono banalità grandi come macigni, frasi retoriche di immaturità con patina adolescenziale, pronunciate e fatte circolare giusto perchè si sono sempre dette, con l'aggravante che le si porta dietro fino all'età adulta.

Chiunque esprime valutazioni sugli altri, in base alla sua idea di buono o cattivo, giusto o sbagliato... tutti siamo portati a farlo o ne sentiamo la tentazione. Che si tratti di giudizi pronunciati, o tenuti nella mente, li si compie in ogni caso.
Del resto, è anche il minimo necessario per dare una caratterizzazione anche alla nostra identità. Una cosa è tale anche perchè si definisce in negativo, cioè in contrasto rispetto ad un altra.
Lo stesso vale per la personalità di un individuo: per essere descrivere quello che siamo, dobbiamo indicare ciò che non siamo e non vogliamo essere. Siamo anche ciò che non siamo.

Il "non si giudica in anticipo" quindi non è che un ombrello che di fatto tiene al riparo proprio coloro che esercitano più di tutti, verso il prossimo, dei giudizi nutriti da astio, ignoranza presuntuosa, e invidia immotivata; e magari "coincidenza" risultano essere pure i più immeritatamente dotati di fortune e viziati dalla vita - e per ciò stesso dovrebbero loro essere contestati dai restanti altri, per essere fatti retrocedere o cadere dalle piccole o grandi vette che hanno raggiunto.

Quindi, per tendenza tutti, nessuno escluso, formulano giudizi su altri individui. Si basano ovviamente su concetti di positivo o negativo, o di vero o falso, ecc.

Chi giudica chi, e per quali motivi. Ecco i veri termini della questione.


lunedì 13 giugno 2011


Dalla crisi, rispunta il senso.

Le verità, o le parti di verità, stanno lì perchè qualcuno le rilevi, e rendendole chiare, faccia due azioni: uno, agisca per avverarle; due, porti anche altri a conoscerle (come è stato per lui) e a metterle in pratica (come prova a fare lui).

L'unico senso alla sopravvivenza che penso mi rimanga per ora sia questo. Vedersi ricambiati i desideri terreni e colmate le lacune passeggere, aiuta. E infatti aiuterebbe. Magàr.