C'è forse persona più legittimata alla critica di ogni cosa di colei che critica impietosamente anche se stessa?
Essa, tipo raro, detesta gli altri e il mondo, detestando contemporaneamente se stessa. Si scaglia contro il proprio essere (aspetto, carattere, comportamento, desideri, emozioni...) e si condanna senza pietà, come fa quando si rivolge alla realtà esterna, che non accetta; dunque è tale individuo il più giustificato a comportarsi da "giudice" di essa.
Sa bene di possedere anche lui i difetti che lo infastidiscono negli altri, e anche quando non li possiede se li ritrova comunque, in ogni immagine di se stesso. Non fa mistero di questo, anzi se interpellato, premette apertamente la sua (consapevole) imperfezione: formula in anticipo questa auto-condanna, per far a capire a chi lo ascolta che le sue parole sono uno sforzo teso alla constatazione obiettiva, e non sono mosse da intento di vanità.
Sa bene di possedere anche lui i difetti che lo infastidiscono negli altri, e anche quando non li possiede se li ritrova comunque, in ogni immagine di se stesso. Non fa mistero di questo, anzi se interpellato, premette apertamente la sua (consapevole) imperfezione: formula in anticipo questa auto-condanna, per far a capire a chi lo ascolta che le sue parole sono uno sforzo teso alla constatazione obiettiva, e non sono mosse da intento di vanità.
Pensa forse di essere lui stesso il miglior modello da seguire? Nient'affatto, sapendo delle sue infinite lacune, da colmare continuamente.
Ma d'altronde, come può porsi da giudice se si ritiene proprio lui medesimo lontano dalla perfezione? Sembra una grave contraddizione, ma solo alle prime apparenze.
Se si è costruito canoni ed ideali sempre più elaborati e severi, che hanno fatto giungere anche l'autocritica al massimo, il punto di vista di quell'individuo ha addirittura preso le distanze dalla sua stessa personalità, fino a staccarsene, ed analizza e giudica in modo inflessibile anche questa, come fa con tutto.
Non è più quella persona che parla e valuta; la sua voce, e la sua mente, sono strumento al servizio di contenuti che trascendono dalla sua limitatezza, dalle sue emozioni e pulsioni momentanee, e si rivelano oggettivi, tendenti all'universale.
Non è più quella persona che parla e valuta; la sua voce, e la sua mente, sono strumento al servizio di contenuti che trascendono dalla sua limitatezza, dalle sue emozioni e pulsioni momentanee, e si rivelano oggettivi, tendenti all'universale.
Si è come sdoppiato in due entità, quella sopraelevata, e quella contingente: la prima si svincola il più possibile dalla seconda, e la tiene a freno, per esprimersi senza essere confusa con questa.
Ecco il dubbio opposto: non sarà che dietro il suo attacco agli altri, questo soggetto desideri in segreto di stare al loro posto, di essere come loro? No, se rimanere se stesso, con la sua contraddizione non risolta, è ciò a cui tiene di più. Anche quando potrebbe cedere ai compromessi per soddisfarsi, declina l'offerta.
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