lunedì 26 dicembre 2011
"Quello che dicono tanti, quello che fanno tanti". Cùndue.
I tanti sono il miglior criterio in assoluto per capire cosa non va seguito, cosa va confutato. Per "tanti" intendo conformisti espliciti, e (soprattutto) gli "anticonformisti" fasulli.
Il miglior modo di affermarsi che il conformismo ha trovato è... passare per anticonformismo. Allora tanto più va smascherato.
giovedì 20 ottobre 2011
(segue)
In merito, allora, dovremmo fare proprio una sorta di conta, di tutti i parametri di bello o brutto, utile o inutile, giusto e sbagliato ecc. che tutti quanti finiscono per osservare (declinati a seconda dei vari argomenti e ambiti possibili della vita). Col tempo e l'esperienza, appaiando tutte queste dicotomie per caratteri simili, ci accorgeremmo di quali siano i criteri più diffusi e quelli più rari.
In merito, allora, dovremmo fare proprio una sorta di conta, di tutti i parametri di bello o brutto, utile o inutile, giusto e sbagliato ecc. che tutti quanti finiscono per osservare (declinati a seconda dei vari argomenti e ambiti possibili della vita). Col tempo e l'esperienza, appaiando tutte queste dicotomie per caratteri simili, ci accorgeremmo di quali siano i criteri più diffusi e quelli più rari.
A quella tappa vorremmo già tirare le prime conclusioni affrettatamente. Facile chiudere la questione limitandosi a ribaltare i sensi di giustizia dei pochi con quelli dei molti, o mandare tutto all'aria stabilendo che nessuno di essi vale niente e domina il relativo (menzogna, prima tutta questa analisi, solo per tornare al punto di partenza - cioè restare coi propri criteri dicotomici di prima).
Dovremmo metterci ancora un po' di puntiglio: prima di tutto, fondamentale, a capire come ogni persona ha sviluppato i suoi metri di paragone, per via di quali influenze ed esperienze; poi, a trovare le differenze fra quelle visioni del mondo apparentemente simili fra loro, comuni o no; a ricordare in quante e in quali occasioni specifiche venivano e vengono trasgredite da coloro che dovrebbero osservarle; e a scorgere, con nostra sempre nuova sorpresa, che principi noti per essere fra di loro oppostissimi sono in realtà uniti da una logica comune che va svelata. E questa scoperta, guardacaso, può essere essa stessa un bene o un male.
Allora si; resteremmo sicuri che i parametri di giudizio più rari, confinati in frange ristrette di individui, siano per scontato quelli più astrusi, bizzarri, ed evitabili per le loro conseguenze?
E per converso, che quelli più comuni siano sempre validi, argomentati e sorretti a prescindere da scopi benefici, universali? O non piuttosto dei ritornelli che ogni persona che viva in società ripeta automaticamente per senso più di comodità che di conoscenza e verità; lontani e lontanissimi da quei princìpi di giustizia universale che dovrebbero farci da guida e che, invece, è come se fossero sul fondo di pozzi profondissimi, in deserti remoti e bui, dove si addentrano solo pochi eletti casuali.
giovedì 15 settembre 2011
Non si può vivere e osservare la realtà senza poi esprimere giudizi anche sugli altri intorno a noi. Tutti potenzialmente possono farlo, è un attitudine innata.
"Nessuno deve giudicare gli altri se non vuole essere giudicato", e soprattutto "non si giudica senza conoscere" sono banalità grandi come macigni, frasi retoriche di immaturità con patina adolescenziale, pronunciate e fatte circolare giusto perchè si sono sempre dette, con l'aggravante che le si porta dietro fino all'età adulta.
Chiunque esprime valutazioni sugli altri, in base alla sua idea di buono o cattivo, giusto o sbagliato... tutti siamo portati a farlo o ne sentiamo la tentazione. Che si tratti di giudizi pronunciati, o tenuti nella mente, li si compie in ogni caso.
Del resto, è anche il minimo necessario per dare una caratterizzazione anche alla nostra identità. Una cosa è tale anche perchè si definisce in negativo, cioè in contrasto rispetto ad un altra.
Lo stesso vale per la personalità di un individuo: per essere descrivere quello che siamo, dobbiamo indicare ciò che non siamo e non vogliamo essere. Siamo anche ciò che non siamo.
Il "non si giudica in anticipo" quindi non è che un ombrello che di fatto tiene al riparo proprio coloro che esercitano più di tutti, verso il prossimo, dei giudizi nutriti da astio, ignoranza presuntuosa, e invidia immotivata; e magari "coincidenza" risultano essere pure i più immeritatamente dotati di fortune e viziati dalla vita - e per ciò stesso dovrebbero loro essere contestati dai restanti altri, per essere fatti retrocedere o cadere dalle piccole o grandi vette che hanno raggiunto.
Quindi, per tendenza tutti, nessuno escluso, formulano giudizi su altri individui. Si basano ovviamente su concetti di positivo o negativo, o di vero o falso, ecc.
Chi giudica chi, e per quali motivi. Ecco i veri termini della questione.
lunedì 13 giugno 2011
Dalla crisi, rispunta il senso.
Le verità, o le parti di verità, stanno lì perchè qualcuno le rilevi, e rendendole chiare, faccia due azioni: uno, agisca per avverarle; due, porti anche altri a conoscerle (come è stato per lui) e a metterle in pratica (come prova a fare lui).
L'unico senso alla sopravvivenza che penso mi rimanga per ora sia questo. Vedersi ricambiati i desideri terreni e colmate le lacune passeggere, aiuta. E infatti aiuterebbe. Magàr.
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