giovedì 20 ottobre 2011

(segue)
In merito, allora, dovremmo fare proprio una sorta di conta,  di tutti i parametri di bello o brutto, utile o inutile, giusto e sbagliato ecc. che tutti quanti finiscono per osservare (declinati a seconda dei vari argomenti e ambiti possibili della vita). Col tempo e l'esperienza, appaiando tutte queste dicotomie per caratteri simili, ci accorgeremmo di quali siano i criteri più diffusi e quelli più rari.

A quella tappa vorremmo già tirare le prime conclusioni affrettatamente. Facile chiudere la questione limitandosi a ribaltare i sensi di giustizia dei pochi con quelli dei molti, o mandare tutto all'aria stabilendo che nessuno di essi vale niente e domina il relativo (menzogna, prima tutta questa analisi, solo per tornare al punto di partenza - cioè restare coi propri criteri dicotomici di prima).

Dovremmo metterci ancora un po' di puntiglio: prima di tutto, fondamentale, a capire come ogni persona ha sviluppato i suoi metri di paragone, per via di quali influenze ed esperienze; poi, a trovare le differenze fra quelle visioni del mondo apparentemente simili fra loro, comuni o no; a ricordare in quante e in quali occasioni specifiche venivano e vengono trasgredite da coloro che dovrebbero osservarle; e a scorgere, con nostra sempre nuova sorpresa, che principi noti per essere fra di loro oppostissimi sono in realtà uniti da una logica comune che va svelata. E questa scoperta, guardacaso, può essere essa stessa un bene o un male.

Allora si; resteremmo sicuri che i parametri di giudizio più rari, confinati in frange ristrette di individui, siano per scontato quelli più astrusi, bizzarri, ed evitabili per le loro conseguenze?
E per converso, che quelli più comuni siano sempre validi, argomentati e sorretti a prescindere da scopi benefici, universali? O non piuttosto dei ritornelli che ogni persona che viva in società ripeta automaticamente per senso più di comodità che di conoscenza e verità; lontani e lontanissimi da quei princìpi di giustizia universale che dovrebbero farci da guida e che, invece, è come se fossero sul fondo di pozzi profondissimi, in deserti remoti e bui, dove si addentrano solo pochi eletti casuali.

Cosa ci vieterebbe, quindi, di completare, smontando e unendo a piccoli pezzi, i parametri e criteri che per come sono, e per come sono stati sempre tramandati, rimangono incompleti, bisognosi giusto di una correzione che li farebbe "funzionare" a pieno nella realtà vivente?

giovedì 15 settembre 2011



Non  si può vivere e osservare la realtà senza poi esprimere giudizi anche sugli altri intorno a noi. Tutti potenzialmente possono farlo, è un attitudine innata.
"Nessuno deve giudicare gli altri se non vuole essere giudicato", e soprattutto "non si giudica senza conoscere" sono banalità grandi come macigni, frasi retoriche di immaturità con patina adolescenziale, pronunciate e fatte circolare giusto perchè si sono sempre dette, con l'aggravante che le si porta dietro fino all'età adulta.

Chiunque esprime valutazioni sugli altri, in base alla sua idea di buono o cattivo, giusto o sbagliato... tutti siamo portati a farlo o ne sentiamo la tentazione. Che si tratti di giudizi pronunciati, o tenuti nella mente, li si compie in ogni caso.
Del resto, è anche il minimo necessario per dare una caratterizzazione anche alla nostra identità. Una cosa è tale anche perchè si definisce in negativo, cioè in contrasto rispetto ad un altra.
Lo stesso vale per la personalità di un individuo: per essere descrivere quello che siamo, dobbiamo indicare ciò che non siamo e non vogliamo essere. Siamo anche ciò che non siamo.

Il "non si giudica in anticipo" quindi non è che un ombrello che di fatto tiene al riparo proprio coloro che esercitano più di tutti, verso il prossimo, dei giudizi nutriti da astio, ignoranza presuntuosa, e invidia immotivata; e magari "coincidenza" risultano essere pure i più immeritatamente dotati di fortune e viziati dalla vita - e per ciò stesso dovrebbero loro essere contestati dai restanti altri, per essere fatti retrocedere o cadere dalle piccole o grandi vette che hanno raggiunto.

Quindi, per tendenza tutti, nessuno escluso, formulano giudizi su altri individui. Si basano ovviamente su concetti di positivo o negativo, o di vero o falso, ecc.

Chi giudica chi, e per quali motivi. Ecco i veri termini della questione.


lunedì 13 giugno 2011


Dalla crisi, rispunta il senso.

Le verità, o le parti di verità, stanno lì perchè qualcuno le rilevi, e rendendole chiare, faccia due azioni: uno, agisca per avverarle; due, porti anche altri a conoscerle (come è stato per lui) e a metterle in pratica (come prova a fare lui).

L'unico senso alla sopravvivenza che penso mi rimanga per ora sia questo. Vedersi ricambiati i desideri terreni e colmate le lacune passeggere, aiuta. E infatti aiuterebbe. Magàr.